Caldaie e apparecchi a biomassa: la sfida di Ecodesign ed Ecolabel

Nel settore che riguarda la termica delle biomasse, la attuale sfida è quella che si gioca sulla qualità e l’innovazione tecnologica, intese come progettazione e costruzione di apparecchi e impianti a biomasse con alti rendimenti e bassissime emissioni, alimentati da biocombustibili di qualità certificata e installati da professionisti qualificati.La prima sfida partirà con l’etichettatura energetica, il cosiddetto Ecolabel. Secondo la normativa europea, dal 1° gennaio 2018 tutti gli apparecchi domestici a pellet o legna dovranno essere dotati di un’etichetta simile a quella delle lavastoviglie, ben esposta nei punti vendita e nei siti web dei produttori. L’etichetta indicherà la classe di efficienza energetica e gli altri dati tecnici necessari a distinguere prodotti che sembrano simili, ma che in realtà hanno caratteristiche intrinseche qualitativamente diverse. Questo permetterà all’acquirente di conoscere il “plus” del prodotto migliore. Quest’etichetta diventerà la prima cosa visibile al consumatore sul prodotto, anche prima del prezzo; sarà quindi come un “Passaporto Energetico”». La seconda sfida, ancora più stringente, sarà quella della direttiva europea Ecodesign, in vigore dal 2022. Tutti i produttori di stufe e caminetti saranno obbligati a mettere in commercio prodotti più ecocompatibili in termini di emissioni inquinanti, efficienza e rendimenti. Mentre in altri paesi europei, come la Germania o l’Austria, sono già in vigore normative stringenti che si avvicinano o addirittura sono ancora più severe di quelle che saranno imposte a livello UE, in Italia siamo piuttosto in ritardo. Il riferimento italiano è dato dalle norme tecniche UNI EN (UNI 10683-1998), mentre il ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico non hanno ancora trovato un’intesa sul Decreto attuativo dell’articolo 290 del dlgs 152/2006 (Testo Unico Ambientale), che potrebbe costituire un’ottima base di partenza. Se la combustione di legna e la qualità dell’aria sono due elementi tra loro connessi (per esempio in Lombardia la legna è fonte del 45% del PM10 nell’aria), va anche detto che la legna è una risorsa irrinunciabile nella lotta ai cambiamenti climatici. Oggi sul mercato gli apparecchi più nuovi hanno livelli di emissioni molto più basse di quelli più vecchi. Per rendere davvero compatibile la qualità dell’aria con le esigenze del Protocollo di Parigi è necessario che lo sviluppo tecnologico prosegua ancora e dai risultati di diversi progetti di ricerca il potenziale per tale sviluppo esiste.L’articolo 290, comma 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 recita: «… con decreto del ministro dell’ambiente di concerto con i ministri della salute e dello sviluppo economico, sono disciplinati i requisiti, le procedure e le competenze per il rilascio di una certificazione dei generatori di calore… alimentati con legna da ardere, carbone di legna e biomassa solida combustibile». È stata quindi sviluppata una bozza di decreto che si pone come finalità l’individuazione di prestazioni emissive di riferimento per le diverse classi, di definire i metodi di prova e le verifiche che il produttore deve effettuare ai fini del rilascio della certificazione ambientale e, infine, di dare indicazioni circa le corrette modalità di installazione e gestione dei generatori di calore. Le opportunità che questo tipo di classificazione potrebbe aprire vanno dall’utilizzo nelle azioni di incentivazione (come ad esempio il Conto Termico oppure azioni a livello locale) e nei piani di risanamento regionali per impostare adeguate azioni di limitazione all’uso e di sostituzione degli apparecchi più vecchi fino all’individuazione di limitazioni di carattere emergenziale (laddove ritenute opportune). In pratica, il decreto di classificazione degli apparecchi può contribuire a favorire il percorso di miglioramento tecnologico sempre però in abbinamento a installazione, manutenzione e uso corretti». Il Conto Termico 2.0, il sistema incentivante la produzione di calore da biomassa legnosa, introduce principi di semplificazione, efficacia, diversificazione e innovazione tecnologica, ampliando la gamma di interventi incentivabili sia per le pubbliche amministrazioni sia per i soggetti privati». Tra le novità più interessanti l’innalzamento del limite per l’erogazione con unica rata dagli attuali 600 a 5.000 euro e l’erogazione degli incentivi non più in 6 mesi ma in 2. Preoccupati gli operatori del settore per i “provvedimenti normativi emergenziali” (con i quali i sindaci italiani possono vietare l’accensione di apparecchi a biomassa a 360 gradi senza distinguere tra apparecchi virtuosi e obsoleti), sono però pronti a cogliere la sfida della qualità e dell’innovazione tecnologica per proseguire nel percorso virtuoso già intrapreso di costruire apparecchi e impianti a biomasse con alti rendimenti e bassissime emissioni, alimentati da biocombustibili di qualità certificata e installati da professionisti qualificati.

Fonte AIEL, Associazione Italiana Energie Agroforestali

Guida alla scelta del pellet

1 – LA CLASSIFICAZIONE DEL PELLET IN BASE ALLA QUALITÀ 
Il marchio europeo ENplus divide i prodotti in 3 categorie a seconda delle caratteristiche chimico-fisiche del pellet:

  • A1 per il pellet di prima categoria, il più pregiato 

 

  • A2 per il pellet di seconda categoria, è di media qualità 

       

  • B per il pellet di terza categoria, è il più scadente adatto solo per usi industriali 

       

2 – LA CERTIFICAZIONE E LA PROVENIENZA 

Per essere sicuri che il pellet sia davvero certificato non basta però che ci sia il marchio:


deve sempre essere accompagnato da un numero identificativo dell’azienda, altrimenti non ha alcuna validità. Il numero è formato da due lettere che indicano il paese di provenienza (es. IT per Italia) e da tre cifre: IT 000

I numeri da 0 a 299 identificano i produttori, quelli oltre 300 gli importatori: sul sito di EN Plus si può verificare che il codice corrisponda al produttore o all’importatore effettivo.

Per esempio nell’immagine  sopra, l’azienda è belga BE ed è un produttore 023

Detto questo, molto pellet in commercio non è certificato, anche perché circa l’80% di quello presente sul mercato italiano è di importazione: gran parte proviene da Europa e Paesi dell’Est, ma una quota anche da Usa, Canada, Sudamerica, Australia e perfino Nuova Zelanda. Se il marchio di certificazione non è segnalato, bisogna verificare che ci siano almeno il nome e i riferimenti del produttore o dell’azienda responsabile della commercializzazione.

3 – IL RESIDUO DI CENERE

Informazioni utili – come residuo di ceneri, potere calorifico e contenuto idrico – ci vengono poi dall’etichetta. Come leggere questi valori? Si può fare riferimento alla norma per la certificazione il parametro più importante è il residuo di ceneri:

A1) per il pellet certificato A1 deve essere inferiore allo 0,7%
A2) per il pellet certificato A2 deve essere inferiore all’1,5%
Pertanto un pellet con residuo inferiore all’1,5% è accettabile, ma è ancora migliore con un residuo inferiore allo 0,7%. 

4 – IL POTERE CALORIFICO 


Per quel che riguarda il potere calorifico, scopriamo che l’importanza di quanto scritto in etichetta è relativa. Diversi produttori indicano valori fuorvianti, scrivendo il potere calorifico del pellet allo ‘stato anidro’: possiamo trovare sulle etichette valori tipo 5,3 kWh/kg. In realtà il potere calorifico reale del pellet è attorno ai 4,7-4,8 kWh/kg, ossia circa 16 MegaJoule. Cifre più alte sono false: il potere calorifico non può essere considerato allo stato anidro ma va misurato per quello specifico pellet con il suo contenuto idrico, mediamente del 6-8%. 

5 – LA MATERIA PRIMA

Anche la materia prima non è determinante per capire la qualità, fatto salvo che il pellet – come previsto dalla normativa – deve essere fatto con legno vergine che ha subito unicamente trattamenti di tipo meccanico (dunque niente scarti di falegnameria verniciati o incollati).

La specie legnosa conta fino a un certo punto. Anche se certe specie possono essere particolarmente difficili, va detto che non si trova pellet di castagno o di quercia puro, ma sempre mischiato ad altre specie, ad esempio a faggio o abete.

6 – IL COLORE



Ma la qualità del pellet si può capire a una semplice ispezione visiva?

La nota distinzione tra pellet chiaro e pellet scuro, scopriamo, non ha fondamento: può dipendere dal tipo di essicatoio, quello a tamburo tende a tostare leggermente il pellet, dandogli un colore più scuro.

La cosa importante è prendere in mano il sacco e vedere quanti residui di pellet sbriciolato ci sono: deve essere compatto, molti residui indicano pellet di scarsa qualità e che ha subito lunghi spostamenti.