C’era una volta il Focolare

 

Un tempo, quando non c’erano i termoconvettori, i pannelli solari, il forno a microonde, il suo ruolo nella casa, per la famiglia, era fondamentale, tanto che non di rado il suo nome veniva usato, in senso figurato, come sinonimo, appunto, di “casa”, di “famiglia”: il focolare. Sempre importante perché attorno a lui si raccoglievano le generazioni, da lui veniva per tutti il calore, sulle sue fiamme si cuocevano i cibi, il focolare viveva il suo momento di più fulgida gloria nel periodo delle festività natalizie e di fine d’anno, quando, per le caratteristiche appena descritte, diventava centrale per rallegrare le occasioni d’incontro, preparare le portate delle grandi ricorrenze, rendere più accogliente, con i ciocchi ardenti e la luminosità del fuoco, la convivialità. Intorno al focolare ci si radunava per le veglie, al tepore del focolare si tramandavano storie e racconti reali o fantastici, che i posteri avrebbero poi chiamato “favole da focolare”. Foto - Focolare acceso nel camino

“Per me che non ho veduto né il colosso di Rodi né le piramidi d’Egitto, la cucina di Fratte ed il suo focolare sono i momenti più solenni che abbiano mai gravato la superficie della terra”: così Ippolito Nievo, nelle sue “Confessioni di un Italiano”, riassume un’opinione un tempo largamente condivisa, che cioè il focolare fosse una presenza, in cucina, ma, per estensione, in casa, con una sua riconosciuta dignità per l’insostituibile compito che svolgeva. Tant’è che molti autorevoli scrittori

hanno assunto il focolare come elemento descrittivo caratterizzante situazioni, ambientazioni, atmosfere, come, per fare un esempio, Umberto Saba quando scrive: “C’era un po’ in ombra, il focolaio: aveva arnesi, intorno, di rame.
Su quello si chinava la madre, col soffietto e uscivano faville”. Per amore di esattezza va detto che propriamente il focolare è la parte piena del camino: alla parte sovrastante, la cappa, era legata peraltro un’aura di mistero e di magia. Nera di fuliggine, si perdeva in un buio che ingoiava la luminosità delle faville sprigionate dai ciocchi ardenti, quando crollavano fra le braci.
Dove vanno le faville? Si chiedevano i bambini. Su su per quell’oscuro condotto fino al comignolo che, sul tetto, segnalava la presenza di un focolare, e il fumo che ne usciva indicava che la casa era abitata.
Un tragitto che assumeva un’importanza speciale, generatrice di attese e di meraviglia nella notte precedente la festa dell’Epifania (l’albero di Natale non era ancora così popolare): da lì sarebbe scesa la Befana (ma come fa, col suo sacco pieno di doni, a passare per il camino così stretto e fuligginoso? Foto - Fiamme che ardono nel camino

Era l’interrogativo infantile) e avrebbe riempito le calze appese con piccoli doni, dolciumi e certo anche un po’ di carbone per le marachelle compiute. Come facesse la mitica Befana a scendere per la cappa avrebbero potuto dirlo gli spazzacamini

(categoria dal duro, ingrato, ma indispensabile lavoro) avvolta tuttavia da un alone deamicisianamente romantico, della quale facevano parte anche non pochi ragazzini, cui, nel primo ’900, venne addirittura dedicata una canzone strappalacrime: “Piccolo spazzacamino”, appunto. L’alone romantico circondava, ma con implicazioni ben diverse, anche il “caminetto”, presente nelle stanze, più piccolo e più ornato che non il grosso camino della cucina, con funzioni di riscaldamento, sì, ma anche decorative, di gozzaniana memoria: “…/i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!) / il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti/…” class=”corpo-testo” Ora, praticamente, dei focolari resta testimonianza solo in qualche rustico di campagna (un po’ più frequentemente: di montagna) e la presenza dei caminetti nelle abitazioni ha più che altro il ruolo di rievocare atmosfere d’antan, quando attorno a queste fonti di calore si narravano e si vivevano storie che erano le equivalenti antiche delle soap opera odierne.

Foto - Caminetto in muratura

Fonti: Paola Emilia Rubbi

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